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Cenni sulla vita
Il tempo che Filippo Latino trascorse fra il duello clamoroso con Vito Canino e l'entrata in convento, ci riporta da un lato all'asilo che egli avrebbe trovato presso la chiesa di santa Rosalia, che sorgeva nella piazza superiore del paese, e dall'altro a un periodo di latitanza, più per rientrare in se stesso e ritrovarsi che per sfuggire a quelle che erano le conseguenze del suo gesto nel confronti della giustizia umana.
Grazie al lavoro paziente di alcuni mediatori, Vito Canino, ferito nell'orgoglio e nel corpo, accettò di chiedere e dare perdono per la sua provocazione a Filippo davanti al giudice della corte criminale di Corleone.
Filippo Latino potè così tornare al lavoro nella sua bottega di calzolaio intraprendendo ormai, come il Lodovico manzoniano "una vita d'espiazione e di servizio" per "rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso" e continuare, nell'esercizio assiduo della preghiera e delle opere di carità, la ricerca della volontà di Dio nella sua vita.
I coniugi Giacon riferiranno ai processi una risposta meravigliata di fra Bernardo ad una persona che si raccomandava alle sue preghiere per avere conforto nelle afflizioni: "lo, che sono un bandito, un peccatore e degno di essere condotto alla forca".
In quest'affermazione fra Bernardo guarda retrospettivamente la sua condizione di latitante, di bandito appunto e, nell'umiltà che è verità, si riconosce peccatore e meritevole di castigo.
E don Giuseppe Castelli riferì di ricordare che parlando un giorno con detto servo di Dio gli disse queste simili parole: "Quando io appi occasione di ferire a quel poveretto (intendendo per Vito Canino) allora mi ritirai sopra la chiesa e pensando ai casi miei mi risolse di farmi religioso cappuccino che fu circa l'anni ventisette della mia età".
Quella di Filippo Latino fu quindi, sia detto una volta per tutte. una vocazione maturata lungamente ed evangelicamente sofferta e non una folgorazione sulla via di Damasco o, peggio. un escamotage per ovviare ai suoi guai giudiziari.
Non appena presa la decisione di abbracciare lare la vita religiosa e, come si diceva, "uscire dal mondo", Filippo Latino cominciò una sorta di postulandato presso il convento dei cappucci frequentando assiduamente i sacramenti della riconciliazione e dell'Eucaristia e chiedendo umilmente di entrare a far parte dell'Ordine.
La notizia che mastro Filippo si stava preparando a lasciare la famiglia, anzi rinunziava a formarsene una, abbandonava il suo lavoro e soprattutto la sua spada,, fece in un baleno il giro del paese e furono in molti ad attribuire quella scelta al pentimento e alla volontà di cambiare vita che seguirono al duello con Vito Canino. Ma c'era chi, diffidando di una scelta così radicale. scommetteva in un ripensamento da parte dei valente ma focoso spadaccino.
Dopo ripetute richieste andate a vuoto, per cominciare a saggiare la pazienza e l'umiltà della prima spada di Sicilia, giunse finalmente a Corleone la sospirata "lettera obbedienziale" dei provinciale dei cappuccini, il molto reverendo padre Francesco d'Alcamo, che autorizzava mastro Filippo Latino a recarsi nel convento di Caltanissetta per vestire l'abito dell'Ordine e iniziare l'anno di prova. Era l'autunno inoltrato del 163 1.
Per tutto il viaggio lo seguì uno strano cane nero da mandria che ringhiando cercava di impedirgli il cammino; scomparve come per incanto. senza lasciare traccia, quando Filippo giunse davanti alla nuda croce di legno che segnalava in modo inequivocabile il convento cappuccino.
Presenti in Sicilia fin dal 1534, i cappuccini avevano conosciuto uno straordinario sviluppo di frati e conventi, tanto che nel 1574, con un decreto del ministro generale fra Vincenzo da Monte dell'Olmo, furono costituite tre province: Palermo, Messina e Siracusa.
La provincia cappuccina di Palermo, in cui il giovane Filippo Latino iniziava la sua vita religiosa era, come tutto l'Ordine del resto, in pieno sviluppo con i suoi 33 conventi, sparsi in tutta la Sicilia occidentale (l'allora Vallo di Mazara) con circa 500 frati.
Per il fervore e l'austerità della vita e per il loro generoso prodigarsi per il popolo, i cappuccini erano giunti, nel Seicento, all'apogeo della loro influenza nel tessuto sociale. Durante le calamità pubbliche, come carestia e peste, i cappucci saranno in prima linea sul fronte della carità e del servizio, facendosi spesso promotori di pubbliche preghiere e penitenze per ottenere al popolo grazia dal cielo.
È innegabile che in quel periodo molti frati eccellevano nella santità e nella cultura, ma è altrettanto vero che non mancavano 1 problemi quotidiani legati ad ogni forma di convivenza umana, essendo 1 frati figli del loro tempo.
Fra Bernardo da Corleone s'incamminò così sulla via difficile della interiorità e della conversione nella lotta più impegnativa, quella contro la propria volontà, per immolare e crocifiggere tutti i sensi esterni ed interni ed arrivare al traguardo, indicato dai maestri dell'Ordine: trasfigurare nell'immagine di Cristo tutto l'uomo esteriore ed interiore.