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Cenni sulla vita
Nel suo passaggio da un luogo all'altro fra Bernardo ebbe modo di far trasparire l'impegno ascetico che si era assunto con la scelta della vita cappuccina. 1 confratelli che vivevano con lui notavano l'ansia religiosa dell'uomo impegnato.
Senza avere la pretesa di farla da maestro, fra Bernardo, il quale "diceva di essere l'asino della religione e dei frati" e si dava da fare "a lavari li piatti e a serviri missi", voleva coinvolgere tutti nel cammino verso la salvezza attraverso l'amore di Dio e la penitenza.
Di queste convinzioni di fra Bernardo, che potremmo definire la colonna sonora della sua vita, è rimasta traccia in fatti emblematici e significativi legati al luoghi in cui di volta in volta ha dimorato, anche se non sono confluiti nelle testimonianze processuali.
Alla permanenza, in due tempi, nel convento di Bivona sono da ricollegarsi episodi simbolici e fondamentali che bene rivelano la reciprocità vitale tra fede e opere negli avvenimenti quotidiani.
Anzitutto il rapporto di fra Bernardo con i libri e quindi con lo studio. Pare a questo proposito che fra Bernardo, come del resto la gente del popolo del suo tempo, fosse illetterato e che una qualche volta fosse stato sfiorato dall'idea di imparare a leggere, naturalmente per servirsi, nella meditazione della Parola di Dio, dei libri spirituali che pure circolavano nelle librerie dei conventi cappuccini.
Ma fra Bernardo aveva riferito, come dettegli dal Crocifisso, queste parole: "Bernardo, non cercare tanti libri, ti bastano le mie piaghe per leggere e meditare".
Sempre a Bivona una volta capitò che tutti i frati del convento fossero costretti, da una non meglio identificata sindrome influenzale, a starsene a letto ben incappucciati.
Per i primi giorni fra Bernardo sembrava vaccinato contro il virus dell'influenza e la malattia dei frati era resa meno dura dall'andirivieni del frate di Corleone che, oltre ad assicurare il cibo con il suo incarico di cuciniere, seguiva come infermiere il medico impegnato a sconfiggere l'influenza che si era infiltrata nel convento cappuccino. Ma un giorno anche fra Bernardo accusò i sintomi del male e un senso di desolazione sembrò invadere il convento.
Una certa tradizione vuole che in quell'occasione fra Bernardo si fosse n'dotto in fin di vita. Notizia che, naturalmente, andrebbe verificata e passata al setaccio della n'cerca storica. Quello che è certo è che fermandosi fra Bernardo si doveva aspettare qualche angelo del cielo per confortare e assistere i frati ammalati. Sempre la tradizione aggiunge a questo punto il rimedio escogitato da fra Bernardo, in un lampo di genialità che fa rima con santità: raccogliendo tutte le forze rimastegli, il cuciniere si trascinò in chiesa, prostrandosi davanti al tabernacolo. La preghiera di fra Bernardo non ci è stata tramandata, ma il gesto compiuto dal frate è rimasto nel passaparola conventuale.
Raggiunta l'artistica custodia egli staccò la statuetta di san Francesco, se la cacciò nella manica del saio ed esclamò pressappoco così: "Serafico padre, tu lo sai che i tuoi frati di Bivona sono ammalati... chi si prenderà cura di essi? Ti avverto che non uscirai di qui se non quando mi avrai guarito".
L'effetto benefico dello stratagemma, un misto di carità, fede e semplicità, non si fece attendere e il giorno dopo fra Bernardo era pronto a riprendere, con cuore materno, il suo amorevole servizio ai frati.
Ma Bivona è anche il luogo in cui per fra Bernardo ebbe inizio una lunga tribolazione.
In prossimità di uno dei capitoli provinciali, quando nei vari conventi veniva eletto il cosiddetto discreto che accompagnava di solito il guardiano, partecipante di diritto all'assise capitolare, fra Bernardo rifiutò il suo voto all'aspirante locale padre Basilio da Burgio. La mancata elezione a discreto fece scattare in padre Basilio il sentimento umano del risentimento che si trasformò presto in una vera e propria campagna ostile e denigratoria nei confronti di fra Bernardo cui veniva attribuita la sconfitta.
Trasferito a Castronovo il frate corleonese vi trovò come guardiano padre Francesco da Burgio, amico e concittadino del padre Basilio, il quale s'incaricò di far pagare a fra Bernardo lo smacco elettorale subito dal mancato discreto cogliendo ogni occasione per umiliarlo, facendo tesoro per esempio delle mormorazioni dei che, a loro dire, vedevano poco il cuoco in cucina e, ma questo era risaputo, troppo in chiesa. Padre Francesco, con questo pretesto. scatenò sul capo di fra Bernardo una gragnola di rimproveri che provocarono la replica piuttosto risentita del pur umile cuoco: al frati non lasciava mancare nulla e quindi non avevano davvero motivo di lamentarsi. Ma poi, quando il padre guardiano si era allontanato, fra Bernardo rientrato in se stesso, capì di non essere stato abbastanza coerente e, presi dei rami che alimentavo il fuoco in cucina, se li strofinò sulle labbra come monito a non rispondere, come ha riferito fra Ilario da Palermo, allibito testimone oculare del fatto.
In altra occasione, dallo stesso guardiano, fra Bernardo fu castigato a pane ed acqua in pubblico refettorio con fra Bernardino da Prizzi. Anche questa volta, al confratello che gli consigliava di ricorrere ai superiori per mettere fine alla persecuzione e farsi cambiare di sede fra Bernardo rispose sottovoce: "Perdoniamole preghiamo il Signore per lui; ma mi dispiace, poveretto, perché ha da morire fuori della religione". Così avvenne.
Anche a Castelvetrano fra Bernardo fu preceduto dalla campagna denigratoria del padre Basilio da Burgio che gli aveva gia aizzato contro, ad arte, il guardiano padre Francesco Gibellina.
La breve permanenza di fra Bernardo in quel convento fu segnata dall'umiliazione continua che culminò in un castigo teatrale in cui il cappuccino corleonese fu costretto a comparire pubblico refettorio, luogo deputato delle grandi occasioni , con "un vaso sordido e sporco" appeso al collo.
L'episodio sconcertante è stato riferito ai processi da fra Girolamo da Corleone, testimone di tutto rispetto, che in simili frangenti aveva apprezzato nel suo concittadino l'imperturbabile serenità esteriore e l'amore di Dio che lo animava, nei confronti del guardiano anche quando questi, nel frattempo, era divenuto ministro provinciale, 'trattando con lui con grandissima dimestichezza", come se nulla fosse stato.
Ma è proprio durante una sua permanenza i patrio convento di Corleone che possiamo rilevare il cammino di conversione interiore percorso da fra Bernardo. Nella chiesa di questo convento, davanti all'altare maggiore, l'ex spadaccino, ora fra Bernardo, abbraccia il suo ex rivale Vito Canino, nello spirito della riconciliazione, per essere certo del perdono ricevuto e offerto.
Le lacrime di pentimento di fra Bernardo sono asciugate dall'umiltà del Canino che ammette:"Iu ci culpai a lu meu mali!".
A Caltabellotta, nel 1647, anno di sommosse le in Sicilia e nel Napoletano, fra Bernardo rimane coinvolto e ferito tra la folla, accorreva con i confratelli a liberare dall'assedio popolare un signorotto locale asserragliato nel suo palazzo.
Nell'attraversare il fiume Verdura in piena, durante il viaggio per l'ennesimo trasferimento da Caltabellotta a Burgio, cadendo da cavallo, fra Bernardo si lasciò sfuggire il piccolo bagaglio che portava nella sporta da viaggio, una specie di bisaccia a forma di cappuccio. Il suo rammarico fu davvero grande in quell'occasione, non tanto per le povere cose che rischiavano di fatto d'annegare, quanto piuttosto per il crocifisso con cui fra Bernardo consolava gli afflitti.
Anche ultimamente a Castronovo era stato grazie al suo crocifisso che fra Bernardo aveva potuto farsi interprete del dolore di una famiglia che piangeva un annegato. I frati avevano lasciato il coro per rendersi presenti nel mesto corteo che si era fermato proprio dietro la porta dei convento mentre fra Bernardo rimasto in fervorosa preghiera al suo crocifisso e l'annegato, dato per morto, si era rialzato dalla lettiga tra lo stupore generale.
Ecco perché apparve fatto assolutamente miracoloso il recupero dalle acque del fiume in piena del crocifisso rimasto a galla e tornato, risalendo la corrente, lì dove fra Bernardo lo attendeva per riaverlo e stringerlo, con grande gioia, al petto.
Nel convento di Chiusa, in cui si trovava certamente nel 1650, fra Bernardo era molto ammirato dai dieci confratelli che formavano la comunità per lo stile penitenziale della sua vita. Si vociferava infatti delle sette discipline (flagellazioni) che egli s'infliggeva ad ogni ora canonica e per quella sua preghiera continua.
Ma l'ammirazione per il santo confratello non riusciva a bilanciare lo scontento per una cucina cui, secondo il parere dei frati, fra Bernardo riservava scampoli di tempo e poca fantasia. Anche questa volta il padre guardiano, Vincenzo da Chiusa, si credette in dovere di mettere a tacere la querimonia della comunità rimproverando il cuciniere: curasse di più fornelli e pentole.
E anche questa volta a fra Bernardo scappò detto d'acchito che i frati non avevano di che lamentarsi della sua cucina.
E pure in quest'occasione tuttavia il castigo all'uomo vecchio, che covava pur sempre sotto la cenere, non si fece attendere e fra Bernardo cominciò a darsi pugni sulle labbra fino a farle sanguinare, ripetendosi la consegna dell'umiltà "Non rispondere! ".
In seguito al capitolo celebrato il 29 gennaio M 1653, con l'elezione a provinciale del padre Ludovico da Palermo, fra Bernardo è destinato a far parte della variegata e numerosa comunità cappuccina del convento di Palermo, composta da cento religiosi stabili più quelli in transito e i forestieri, per dare il suo contributo di santità con la testimonianza della sua vita.