San Bernardo da Corleone


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Chi siamo

Frati Minori Rinnovati

I FRATI MINORI RINNOVATI


Racconto di uno degli iniziatori: Fra Benigno di Gesù Povero



Il nostro Istituto religioso, di diritto diocesano, chiamato Frati Minori Rinnovati, ha appena 33 anni di vita. Conta circa 60 membri con tre comunità in Italia (Palermo, Corleone (PA), Napoli), tre in Colombia (Bogotà, Pereira, S. Roque di Oporapa (Huila)) ed una in Africa (Pomerini, diocesi di Iringa, Tanzania).

Inizialmente era formato da sei frati cappuccini (Fra Tommaso della Provincia cappuccina di Napoli, Fra Bernardo della Provincia cappuccina di Salerno, Fra Carmelo della Provincia cappuccina di Cosenza, Fra Benigno, Fra Girolamo e Fra Cristoforo, tutti e tre della Provincia cappuccina di Palermo), che avevano ottenuto dalla Santa Sede, di uscire dal proprio Ordine religioso e di formare una Pia Unione, eretta il 24 Dicembre 1972, dall’Arcivescovo di Monreale (PA), Mons. Corrado Mingo.

Crescendo di numero, l’ 11 Giugno 1983, la Pia unione dei Frati Minori Rinnovati veniva eretta, da Sua Ecc. Mons. Salvatore Cassisa Arcivescovo di Monreale, in Istituto di diritto religioso diocesano, con casa madre a Corleone.

Il nostro proposito iniziale non era tanto quello di formare una casa di preghiera o di ritiro, quanto di rinnovare sulla scia delle Riforme francescane, per quanto possibile alle nostre deboli forze, un’appassionata fedeltà allo spirito e alla lettera della Regola, composta da S. Francesco e data dalla Chiesa ai Frati Minori, mediante Bolla di Onorio III, il 29 Novembre 1223, nonché al Testamento dello stesso s. Francesco, che di tale Regola è la più vibrata sottolineatura e commento.
Eravamo convinti che, così facendo, avremmo intrapreso un itinerario fecondo per noi, e avremmo giovato alla Chiesa intera, la quale attraverso il Concilio e il Magistero, allora, di Paolo VI, avevano raccomandato vivamente, oltre che un sano aggiornamento, anche un rinnovamento (da qui frati minori “
rinnovati”) col ritorno allo spirito dei fondatori.
Tra i tanti discorsi di Paolo VI, in questo senso, sentivamo rivolto a noi soprattutto quello da lui tenuto al Capitolo Generale dei Cappuccini il 21 Ottobre 1968, quando tra l’altro affermò che la vita cappuccina doveva essere “
tutta intesa a riportare la pratica della Regola francescana ad un suo letterale rigore” e che tutto lo spirito e tutta la vita dei Cappuccini “dovevano essere caratterizzati da un veemente proposito di genuina fedeltà alle più umili, alle più ardue, alle più originali espressioni del primitivo francescanesimo ”.
Come pure ci ritornava alla mente l’altro discorso tenuto in occasione della beatificazione del cappuccino Ignazio da Santhià (17 Aprile 1966), in cui il Papa riconosceva, ancora allora, come caratteristica dell’Ordine Cappuccino, “
la nota di fedeltà testuale alle forme e, Dio voglia, allo spirito della primitiva osservanza…ricondotta alla lettera della Regola e del Testamento del fondatore S. Francesco”.
Questa nostra aspirazione iniziale trovò subito rispondenza in altri frati, tanto tra i Cappuccini quanto tra i Minori, i quali, conservando i voti solenni, per una speciale concessione della Santa Sede, si unirono a noi.
Quello che ci proponevamo, però, non lo possedevamo ancora. Tuttavia, cominciando il cammino in fraternità, cercammo attraverso i Capitoli di esplicitare, nella nostra vita concreta d’ogni giorno, l’esigenza di fondo che sentivamo.
In tal modo, il desiderio di un’osservanza integrale della Regola, letta alla luce delle Fonti Francescane, portò pian piano ad accentuare la dimensione contemplativa.
Comprendevamo che essa doveva avere tra noi un posto privilegiato ed essere per noi la prima e principale funzione, che avremmo dovuto svolgere nella Chiesa, consapevoli che se non è il Signore, con la Sua grazia, a costruire la casa della Sua Chiesa, invano faticano gli evangelizzatori. E sapevamo che la grazia si ottiene con la preghiera. S. Francesco ci era di esempio, egli che non era tanto “
un uomo che pregava, ma una preghiera vivente” (2 Cel. 95).
Eravamo confermati, in questo, da un discorso di Paolo VI, rivolto allora ai Cappuccini, nel quale, tra l’altro, diceva: “
Quello spirito contemplativo, che riluce nella vita di S. Francesco e dei suoi primi discepoli, è un bene prezioso che i suoi figli devono ora nuovamente promuovere e introdurre nella loro consuetudine di vita”. E ancora: “è assolutamente necessario che l’aspetto contemplativo della loro vita sia ricuperato” (Paolo VI, Capitolo Generale OFM Cap., 20 Agosto 1974, in Analecta OFM Cap., 90 (1974) 276-279).

Ci rendevamo, però, conto che l’esperienza di Dio nella preghiera aveva le sue esigenze e richiedeva delle condizioni: soprattutto silenzio e solitudine. Perciò cominciammo ad orientarci verso quei poveri e ridenti eremi, lontani dal frastuono del mondo, vero incanto di Dio, nei quali ci si trova quasi spontaneamente in contatto con Lui e perciò prediletti fin dalle origini, storicamente pedana di lancio di tutti i movimenti di Riforma minoritica, perenne richiamo alla purezza dell’ ideale serafico.
I nostri luoghi, più che centri di ministero organizzato, pensavamo che dovessero restare “piccoli rifugi” per un’intensa esperienza di Dio da portare poi ai fratelli nel mondo.
Nel nostro cammino siamo così arrivati a dedicare circa cinque ore alla preghiera comunitaria, distribuita lungo il giorno e la notte, delle quali due ore all’orazione mentale, che per noi ha una grande importanza, essendo convinti che con essa vengono quasi tutte le acquisizioni della perfezione religiosa, essendo l’ orazione mentale appuntamento di Grazia , mezzo eccellente per impedire che le azioni diventino l’ indifferenza alle differenze e motivo di perenne ripresa individuale e comunitaria.

L’ impegno di fondo dell’ osservanza integrale della Regola, letta alla luce delle Fonti Francescane, ci fece percorrere pure un cammino nel campo della povertà. Anche qui si trattava di esplicitare e concretizzare, nella nostra vita, l’istanza fondamentale.
C’ era di stimolo quanto Tommaso da Celano aveva scritto di S. Francesco di Assisi: “
Nessuno fu cupido d’ oro quanto lui della povertà”. E ancora: “Se vedeva uno più povero di lui, subito lo invidiava e temeva di essere vinto, nella gara di povertà, da quello” (2 Cel. 83).
Il Signore ci faceva comprendere che la nostra missione specifica nella Chiesa doveva essere un’ adesione quanto più possibile alla povertà di Gesù, secondo quella vocazione, che Francesco d’ Assisi scoprì il 24 Febbraio 1209, quando nella Chiesetta della Porziuncola, da poco restaurata da lui, ascoltò il brano della prima Missione Apostolica: “
Andate, predicate che il Regno di Dio è vicino. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’ operaio ha diritto al suo nutrimento” (Lc. 10, 9ss.). Disse Francesco: “Questo è ciò che voglio…questo bramo di fare con tutto il cuore” (1 Cel. 22).
Questo brano, che fu probabilmente introdotto
ad litteram nella Protoregola, approvata a viva voce da Innocenzo III, nel suo contenuto fu introdotto nella Regola definitiva, con esclusione per i frati della proprietà sia in comune che in privato e dell’ uso dello stesso denaro. Francesco, in fondo, aveva scelto come programma costante di vita, per sé e per i suoi frati, quella che era stata un’ esperienza temporanea voluta da Gesù per i suoi Apostoli.
Dovendo, perciò, ritornare allo spirito dei fondatori – secondo le indicazioni del Concilio e di Paolo VI – ci rendevamo conto che non potevamo eludere queste istanze del carisma di Francesco, e pian piano, cercammo di avvicinarci il più possibile alla volontà del nostro fondatore.

Allo stesso tempo cominciammo a sperimentare che la povertà, vissuta secondo le indicazioni lasciateci da S. Francesco, è madre della preghiera, come pure fonte di comunione col popolo.
Il non poter confidare in una economia domestica, ci poneva, infatti, in uno stato di fiducia e di abbandono nelle braccia del Padre Celeste, che non poteva farci mancare il necessario, dal momento che – secondo le parole del suo Figlio – noi valevamo più dei passeri.
A noi era richiesto che ci fossimo occupati, anzitutto, del Suo Regno.
Il constatare, inoltre, giorno dopo giorno, che le nostre speranze non restavano deluse (dal momento che il popolo non ci faceva mancare il necessario), la nostra povertà non poteva non portarci a una preghiera di rendimento di grazie.
Col popolo, poi, si andava costruendo una vita di famiglia, nella quale noi mettevamo, a disposizione e gratuitamente, quanto il Signore gratuitamente ci aveva donato e il popolo, riconoscente di questo nostro servizio disinteressato, si prendeva cura delle nostre necessità con cuore veramente materno.

Non potevamo, infine, non affrontare il tema dell’apostolato. Eravamo consapevoli che Francesco, a salvezza di coloro per cui Cristo versò il Suo Sangue, desiderò riempire, del Vangelo, il mondo intero, proclamandolo e rivivendolo con immediatezza ed integralità. Per questo, assieme all’ approvazione, aveva ricevuto dal Papa, pastore universale, il mandato di predicare la penitenza.
Alla luce di ciò, comprendevamo che la predicazione doveva costituire, dopo la testimonianza della vita, il nostro più specifico servizio al corpo mistico, senza però escludere altre forme di apostolato.
Sentivamo che dovevamo impegnarci, con infaticabile zelo, a collaborare con Cristo Gesù per la salvezza degli altri e, nello stesso tempo, alla luce della Regola e degli esempi lasciatici da S. Francesco, capivamo che dovevamo fare ciò non prescindendo mai dalla contemplazione, dalla povertà, dalla minorità e dalla fraternità, che costituivano per noi la prima forma di evangelizzazione.
Perciò la nostra aspirazione divenne quella di essere contemplativi missionari e missionari contemplativi, alternando solitudine con Dio e impegno nel mondo: un programma di vita che scaturiva dal fatto che, alla luce dell’ esperienza di Francesco, concepivamo l’ apostolato come ridondanza di una profonda vita di preghiera.
La nostra esperienza divenne, anche, quella di inserirci nella pastorale d’insieme da poveri e da minori, cercando di svolgere in semplicità i servizi più umili, escludendo la conduzione di parrocchie e preferendo, invece, di metterci a servizio dei parroci; escludendo pure impegni che comportassero amministrazione di beni, uso di denaro, retribuzione obbligata e abituale assenza dalla preghiera comunitaria e dando spazio, invece, oltre che alla predicazione, anche al Ministero della Riconciliazione e alla direzione spirituale.


Cfr: Benigno di Gesù Povero,
Liberi con Francesco. Con la Regola dei Frati Minori avventura evangelica oggi, Zanfi Editori, Modena 1991.



Fra Benigno


Aggiornato il 06/giugno/2008 | dinogarofalo@libero.it

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