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Livello 6
Ecco il defunto a cui, dolentissimi della perdita, fanno il servizio del trasporto funebre quattro frati suoi compagni di penitenza, aspiranti ad essergli compagni in paradiso. Egli vestito del ruvido albaggio. Quella fronte spaziosa e quelle braccia incrociate sul petto ricordano quale fu. Immoto, con la faccia rivolta al cielo giace disteso sopra una povera bara intorno alla quale sta di qua e di là, facendo ala e custodia, un manipolo di alabardieri tedeschi staccato alla guardia in onore del Viceré. Son chiusi gli occhi e chiusa la lingua; ma ciò non ne altera per nulla il consueto atteggiamento; e l’uomo ben noto per gli occhi profondamente dimessi e per l’assorbimento nel silenzio contemplativo. A questa povera bara fa corona e seguito l’importante assemblamento dei nobili palermitani, i quali contro l’uso dei trasporti funebri non incendono a mani vuote, né a lumi spenti ma portando torce e ceri accesi, come se si trattasse della traslazione di un santo canonizzato. Un fremito convulso di dolore, di affetto e di venerazione fu il saluto con cui tutto quel popolo che attendeva numeroso nel vasto piano del regio Palazzo accolse il primo apparire di quell’umile bara. Molta gente stava a gurdare dal finestrone del Regio Palazzo, ci dicono le deposizioni giurate dalle quali non si rivela se tra gli altri fosse quel gran ammiratore dell’estinto quale era il romano duca di Sermoneta Francesco Gaetani, allora Viceré di Sicilia. Si sa però con certezza che dal lato settentrionale della piazza, al balcone del palazzo arcivescovile che vi prospetta stavano col capo scoperto i due spagnoli D. Ludovico Alfonso de los Cameros arcivescovo di Monreale e Pietro Mrtinez Rubio Arcivescovo di Palermo. Costoro fecero fermare la bara e diedero la benedizione all’estinto.